martedì 24 gennaio 2012

L’università che non serve alla città e quella che vorremmo.


Come è noto la Fondazione Cassamarca ospita a Treviso i corsi della facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova e quelli in materie economiche e linguistiche dell’Ateneo di Venezia: è quella che abitualmente chiamiamo “l’università di Treviso”, ma in realtà si tratta, appunto, solo delle “sedi staccate” delle due “vere” università, padovana e veneziana.
L’esperienza del Consorzio Universitario Trevigiano (formato da enti pubblici e soggetti privati) è fallita quando la Fondazione ha deciso la Fondazione ha deciso le propria “operazione universitaria” e le istituzioni pubbliche, come sempre, si sono adeguate.
A Treviso, però, non si può sostenere che sia nato un polo universitario perché mancano (o sono comunque trascurabili) tutte quelle attività di ricerca scientifica e di interazione con il territorio che caratterizzano le città universitarie.
Chi pensava che l’apertura a Treviso delle facoltà universitarie comportasse profonde modificazioni culturali, sociali, perfino urbanistiche è stato clamorosamente smentito: semplicemente gli studenti di giurisprudenza della nostra città possono evitare di trasferirsi a Padova per frequentare i corsi.
Qualche risparmio per le famiglie indubbiamente c’è, ma viene invece a mancare quella esperienza di novità, quel calarsi in un contesto sociale diverso da quello di provenienza, più ricco e variegato, che è stata una delle caratteristiche del corso universitario per generazioni di trevisani.
Per la città l’apertura dei corsi universitari ha significato poco o nulla, a parte il vantaggio economico di qualche proprietario di appartamenti che li affitta a studenti provenienti da altre province.
Come sosteneva qualche anno fa Giampaolo Sbarra, corriamo il rischio che Treviso abbia una università di cui i trevisani non si sentono proprietari (o che si sentano orgogliosi dell’edificio, più che della dimensione culturale).
Questa è l’università che non ci serve, ma molto si potrebbe cambiare e costruire intorno all’esistente per arrivare ad un vero e proprio polo universitario con una propria originalità e, quindi, una sua importanza nel panorama universitario del Veneto.
L’università avrebbe un ruolo molto più importante in città se nascessero facoltà che interagiscono con la vita economica e sociale del territorio, che ne valorizzano le peculiarità culturali e storiche.
Se l’università affiancasse ai corsi un centro di ricerca legato ad una o più di queste specificità territoriali potrebbe attrarre risorse pubbliche e private che oggi non arrivano ed interagirebbe in modo molto più intenso con la città e la provincia
Pensiamo solamente alla questione dell’acqua, all’intreccio di fiumi e canali che caratterizza la città, ma anche ai problemi della depurazione delle acque reflue, all’inquinamento delle falde e dei corsi d’acqua, alla concezione culturale dell’acqua come “bene comune”, ai problemi idrogeologici che causano esondazioni ed allagamenti anche nei nostri quartieri.
Già quella dell’acqua potrebbe essere una tematica su cui sviluppare un vero polo universitario, probabilmente vi sono altre peculiarità del nostro territorio che potrebbero diventare centrali nell’attività dell’ateneo.
Qualunque sia la scelta che si compie, è importante superare la situazione attuale, perché a Treviso non vogliamo le succursali o le fabbriche di esami da altre città, ma una vera università che innervi la vita culturale cittadina, che ci metta di fronte alle sensibilità giovanili, che dialoghi con il mondo produttivo.

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