martedì 28 febbraio 2012

Riduzione dello smog: la proposta inascoltata di un cittadino all'amministrazione.


Come è noto lo smog è prodotto in parti sostanzialmente uguali dai motori degli autoveicoli, dagli impianti industriali e dalle caldaie per il riscaldamento domestico.
In una città come Treviso in cui le zone industriali sono ormai molto limitate, le cause principali dell’inquinamento atmosferico sono, quindi, gli automezzi e gli impianti di riscaldamento.
Se sul fronte del traffico automobilistico è necessario intervenire con misure di limitazione del traffico, per quanto riguarda il riscaldamento delle abitazioni il problema principale è costituito dalle vecchie caldaie a gasolio e nafta i cui fumi sono molto più inquinanti di quelle “a condensazione”, alimentate a gas.
Già un paio d’anni fa un cittadino di Treviso ha proposto all’amministrazione comunale una iniziativa per favorire la sostituzione delle caldaie condominiali più vecchie ed inquinanti con impianti più moderni che consumano meno e riducono l’inquinamento.
Molti installatori di caldaie a condensazione offrono ai condomìni un contratto per il cambio dalla caldaia a gasolio (o a nafta, in città dovrebbero essercene ancora alcune decine) a quella a condensazione.
Il contratto offerto prevede sostanzialmente la sostituzione immediata della caldaia ed il pagamento della stessa in 10-12 anni. E’ possibile anche dotare gli alloggi del condominio di “contatori” delle calorie che permettono di suddividere la bolletta del gas sulla base degli effettivi consumi registrati in ogni unità abitativa. In questo modo i condòmini prestano maggiore attenzione ai loro consumi perché riducendoli hanno un vantaggio economico, cosa che non accade quando il costo del gasolio utilizzato dalla caldaia centralizzata viene ripartito tra tutti in parti uguali.
Passando dal gasolio al metano il costo del carburante, a parità di consumi, si riduce di circa il 45% mentre la rata di pagamento della nuova caldaia corrisponde a circa il 25% del costo dei consumi stessi. Di conseguenza, già dal giorno successivo all’installazione i condòmini ottengono un risparmio di circa il 20% sui costi del riscaldamento (oltre a disporre di una caldaia nuova).
Al vantaggio economico si aggiunge l’aspetto ecologico: le caldaie a gas e a condensazione inquinano pochissimo, molto meno di quelle a gasolio o a nafta.
Il cittadino che ha contattato l’amministrazione ha avuto personalmente dimostrazione dell’efficacia dell’iniziativa perché l’ha sperimentata con ottimi risultati nel condominio in cui abita.
Come ha spiegato ai nostri amministratori, il ruolo del Comune dovrebbe essere unicamente quello di promuovere la sostituzione delle vecchie caldaie condominiali segnalando ai cittadini l’evidente vantaggio economico individuale e la riduzione dell’inquinamento atmosferico in città.
Una iniziativa di questo tipo è stata avviata dal Comune di Padova che ha messo a disposizione dei cittadini uno sportello di consulenza proprio in materia di impianti di riscaldamento, risparmio energetico, utilizzo delle energie pulite nelle abitazioni.
A Treviso si potrebbe iniziare con una comunicazione mirata a tutti coloro che abitano nei condomìni, agli amministratori di condominio e agli installatori perché prendano in considerazione questa proposta. Il Comune, inoltre, potrebbe mettere a disposizione alcuni contratti-tipo tra condomìni ed impiantisti, in modo da rassicurare i condòmini che volessero aderire all’iniziativa.
E’ evidente che per il Comune il costo dell’operazione è estremamente basso mentre sono significativi i vantaggi sia per il portafoglio dei consumatori che per la qualità dell’aria che respiriamo.
In una città in cui l’inquinamento atmosferico aumenta ad ogni inverno non sarebbe stata una proposta da prendere in considerazione? Invece, è rimasta inascoltata.

lunedì 20 febbraio 2012

La Pescheria muore.


Sulla stampa locale le dichiarazioni dei commercianti. "Chiudono i negozi, le mostre fanno flop, sparisce il passeggio, resistono solo due banchi del pesce. La crisi «morde» anche uno degli angoli più suggestivi del centro storico: il quartiere della Pescheria si sta spegnendo.
Chiuderà a fine mese la Prodet, ex Casa del detersivo, che dava sfogo all’acquisto di materiale per la casa dei trevigiani entro le mura. Ha già chiuso il bar d’angolo davanti la Casa del baccalà. Chiuderà presto il panificio Vendrame perchè il proprietario intende ristrutturare tutto l’edificio. Sta per chiudere anche il negozio di arte nel sottoportico Comisso. E sotto l’originale copertura disegnata da Toni Follina resistono solo due attività di commercio del pesce. Insomma, la Pescheria sta morendo d’inedia, dopo i fasti annunciati di un tempo.
«Basta guardare il passeggio – spiegano alla Prodet – qui davanti, da quando hanno tolto i banchi del mercato, non passa più nessuno. Ma è tutto il centro che è stato fatto morire».
Il dito indica naturalmente il trasferimento degli uffici all’Appiani, anche se l’agonia del centro inizia molto prima.
Non ha funzionato, insomma, il modello di trasformare quest’angolo del centro il cuore turistico del centro: scomparse le mostre di Marco Goldin, che riuscivano a portare anche seicentomila persone spalmate in pochi mesi, tra i canali della Pescheria non passa più nessuno. E anche il commercio di vicinato langue drammaticamente, così come nel resto della città .
«Il problema è naturalmente più generale» ammette il presidente dell’Ascom Guido Pomini, che guarda anche ad altri angoli del centro storico languire più o meno come questo lembo di città.
L’emblema della decadenza è certamente la Pescheria vera e propria. Adagiata sull’isolotto creato nel 1856 dall’architetto Francesco Bomben, ristrutturata nel 1999 a cura dell’architetto Toni Follina, l’intervento di restauro –costato quattro miliardi di vecchie lire – non ha restituito vitalità al quartiere. I banchi del pesce rimasti sono solo due: e da tempo non si avvertono più le caratteristiche grida dei prezzi".

martedì 14 febbraio 2012

Il degrado di Portico Oscuro.


La denuncia dei cittadini arriva sulla stampa locale. "E’ da tre anni che viviamo nel disagio. Ora da quattro mesi hanno smantellato il porfido sostituito con del brecciolino difficile da pulire e brutto da vedere».
Questa l’accusa dei residenti di via Portico Oscuro, la stradina che si trova dietro l’ex Polisseni, l’edificio in piazza San Vito sottoposto a ristrutturazione da Mario Moretti Polegato, ossia “mister Geox” per una cifra vicina ai 4 milioni di euro e la cui facciata è stata scoperta lo scorso aprile.
«Per via del cantiere abbiamo dovuto sopportare 3 anni di disagio», dicono. I residenti ora accusano la trascuratezza della via storica.
«Prima c’era il porfido – raccontano – Poi, per i lavori, è stato tolto e la strada è stata coperta con del brecciolino. Ci avevano assicurato che dopo i lavori dell’Enel sarebbe tornato tutto come prima. Invece è da 3-4 mesi che nessuno ha provveduto a ripavimentare».
E così i residenti si devono dare da fare con le scope per tenere pulita la loro strada. «Abbiamo telefonato più volte alla TrevisoServizi e abbiamo contattato anche l’assessore Giuseppe Basso che però dice di non poter fare nulla a riguardo – continuano i cittadini – Ma noi le tasse le paghiamo al Comune o a Polegato? Mi pare al Comune…e quindi chiediamo che si faccia qualcosa. Non esistono cittadini di serie A e cittadini di serie B. Tutti dobbiamo essere tutelati»".

mercoledì 8 febbraio 2012

L’autunno della piazza.


Fino a non molti anni fa piazza dei Signori era uno dei luoghi della città in cui era possibile incontrarsi senza darsi appuntamento con persone più o meno conosciute, con amici e con chi ti chiedeva un’opinione politica o con chi contestava le tue posizioni.. Alla fine della mattinata di domenica era quasi impossibile affacciarsi in piazza senza incontrare qualcuno con cui parlare dei fatti più recenti accaduti in città, discutere di politica, magari affrontare qualche questione culturale.
Erano gli anni ’90 del secolo scorso – ma non sono passati molti lustri – quando tra i passanti di mezzogiorno si potevano in piazza notare questi gruppi di persone formati da assessori e consiglieri comunali di maggioranza e di opposizione, da uomini e donne di cultura che discutevano anche animatamente, senza bisogno né di convocazioni ufficiali né di appuntamenti.
Non era certo l’agorà del mondo greco, ma era ancora la rappresentazione viva di una delle ragioni stesse della nascita e della storia delle città: il contesto cittadino si forma, infatti, intorno al “mercato” inteso nella sua concezione più ampia di luogo di scambio, di incontro, di confronto. La città nasce, dunque, intorno alla piazza in cui si commerciano merci, ma si scambiano anche idee, si mettono in comunicazione culture diverse.
Della vitalità che attraversava anche la piazza principale della nostra città è rimasto ben poco, al massimo il passeggio di qualche assessore circondato più da una piccola corte che da un gruppo di persone che vogliono parlare di problemi amministrativi o di politica. In compenso lo spazio è occupato da file sempre più estese di tavolini dei locali e, periodicamente, dalla giostrina per i bambini. Gli stessi commercianti della piazza lamentano che la frequentazione sui masegni è in costante calo.
La vita della piazza non si è certo trasferita in altri luoghi fisici, visto che nei nuovi spazi del Quartiere Latino il panorama non è certo diverso, piuttosto è diventata virtuale, si è spostata in parte in internet, su Facebook dove si svolgono rapidi dibattiti che nella maggior parte dei casi si esauriscono nel giro di una manciata di minuti.
Se in altre città le piazze hanno ancora il valore del luogo di incontro e di confronto significa che a Treviso è accaduto qualcosa di diverso, si è svolta e si svolge una vicenda sociale, politica e culturale che ha una sua peculiarità, una vicenda a cui non è estranea l’indifferenza dell’amministrazione comunale nell’accettare il dibattito politico (figurarsi nel valorizzarlo) e nel raccogliere gli stimoli “culturali” non graditi. Anche questo atteggiamento ha contribuito a far ritenere inutili le discussioni, i confronti, visto che poi chi governa la città va sempre dritto per la propria strada.
Ma con questa “chiusura della piazza” Treviso sembra essere l’apripista di una nuova tendenza, almeno secondo la giunta regionale Galan che ha approvato la prima stesura del nuovo Piano Territoriale Regionale di Coordinamento sottolineando, tra l’altro, che “i centri commerciali sono le piazze del ventunesimo secolo”. Perché, ormai si sa, non siamo più considerati cittadini che discutono, ma consumatori che spendono.
Non penso che per la nostra città avere aperto questa strada sia un primato di cui andare fieri.

martedì 31 gennaio 2012

Smog: esposto al Prefetto e richiesta dell’esercizio dei poteri sostitutivi.


La situazione dell’inquinamento atmosferico in città continua a peggiorare: nel 2012 sono già stati registrati 17 superamenti giornalieri dei valori limite della concentrazione di Polveri Sottili PM10 (μg/m3), previsti dalle direttive UE in materia di qualità dell'aria, recepite nel nostro paese con decreto 2 aprile 2002 n.60. Il limite è stato superato per gli ultimi 12 giorni consecutivi.
Negli ultimi nove anni, secondo i dati della Agenzia Regionale della Prevenzione dell’Ambiente sulla qualità dell’aria, il numero degli sforamenti giornalieri è stato il seguente:

2003 n. 56, 2004 n. 95, 2005 n. 114,
2006 n. 105, 2007 n. 98, 2008 n. 69,
2009 n. 71, 2010 n. 84, 2011 n. 102

Il numero degli sforamenti (che supera costantemente il massimo annuale di 35 previsto dalla normativa) in questi anni dimostra che non sono state prese misure atte al contenimento ed alla riduzione dell’inquinamento atmosferico e, quindi, le norme poste a garanzia della salute pubblica in tema di concentrazione delle polveri fini (PM 10) sono state, a nostro avviso, reiteratamente infrante. Nel 2011 Treviso è risultata una delle città più inquinate d’Italia.
Nelle scorse settimane l’associazione di consumatori ADUC ha presentato alla Procura della Repubblica di Treviso un esposto in cui chiede che vengano verificate le responsabilità degli amministratori comunali, provinciali e regionali rispetto ad una situazione dell’inquinamento atmosferico in continuo peggioramento (denuncia analoga a quelle che abbiamo presentato, senza risultato, negli anni scorsi).
Nonostante la circostanziata denuncia dell’ADUC, non risulta che l’amministrazione comunale abbia deciso interventi per tentare di contenere e ridurre l’inquinamento atmosferico (a parte il blocco parziale alla circolazione automobilistica in città rivelatosi inefficace negli scorsi anni e di cui non risulta venga controllato l’effettivo rispetto).
Abbiamo, quindi, deciso di sottoporre la questione del Prefetto di Treviso chiedendogli, con l’esposto che alleghiamo, di sollecitare l’amministrazione comunale di Treviso perché intervenga in materia di contenimento dell’inquinamento atmosferico con provvedimenti adeguati alla gravità della situazione e, qualora l’amministrazione non desse esito positivo alla richiesta, di intervenire direttamente esercitando i poteri sostitutivi conferiti al Prefetto dal comma 10 dell’art. 54 del D. Lgs. 267/2000 Testo Unico degli Enti Locali.
L’art. 54 del D. Lgs. (Attribuzioni del sindaco nei servizi di competenza statale) prevede, infatti, al comma 2: “Il sindaco, quale ufficiale del Governo, adotta, con atto motivato e nel rispetto dei principi generali dell'ordinamento giuridico, provvedimenti contingibili e urgenti al fine di prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l'incolumità dei cittadini; per l'esecuzione dei relativi ordini può richiedere al prefetto, ove occorra, l'assistenza della forza pubblica” e al comma 10 stabilisce che: “Ove il sindaco non adotti i provvedimenti di cui al comma 2, il prefetto provvede con propria ordinanza”.
Non c’è dubbio sulla gravità degli effetti dello smog sulla salute dei cittadini, effetti ampiamente documentati da numerose ricerche scientifiche che hanno calcolato in diverse migliaia all’anno nel nostro Paese le morti dovute a patologie causate proprio dall’inquinamento atmosferico.
Non vi è neppure dubbio sul fatto che l’inquinamento dell’aria che respiriamo rappresenti nella nostra città un problema persistente da diversi anni e che tende ad aggravarsi ulteriormente.
Riteniamo, quindi, che questo fenomeno rappresenti uno di quei “gravi pericoli che minacciano l’incolumità dei cittadini” rispetto a cui è necessario ed urgente l’intervento del sindaco e, in mancanza della iniziativa del sindaco stesso, “il prefetto provvede con propria ordinanza”.

martedì 24 gennaio 2012

L’università che non serve alla città e quella che vorremmo.


Come è noto la Fondazione Cassamarca ospita a Treviso i corsi della facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova e quelli in materie economiche e linguistiche dell’Ateneo di Venezia: è quella che abitualmente chiamiamo “l’università di Treviso”, ma in realtà si tratta, appunto, solo delle “sedi staccate” delle due “vere” università, padovana e veneziana.
L’esperienza del Consorzio Universitario Trevigiano (formato da enti pubblici e soggetti privati) è fallita quando la Fondazione ha deciso la Fondazione ha deciso le propria “operazione universitaria” e le istituzioni pubbliche, come sempre, si sono adeguate.
A Treviso, però, non si può sostenere che sia nato un polo universitario perché mancano (o sono comunque trascurabili) tutte quelle attività di ricerca scientifica e di interazione con il territorio che caratterizzano le città universitarie.
Chi pensava che l’apertura a Treviso delle facoltà universitarie comportasse profonde modificazioni culturali, sociali, perfino urbanistiche è stato clamorosamente smentito: semplicemente gli studenti di giurisprudenza della nostra città possono evitare di trasferirsi a Padova per frequentare i corsi.
Qualche risparmio per le famiglie indubbiamente c’è, ma viene invece a mancare quella esperienza di novità, quel calarsi in un contesto sociale diverso da quello di provenienza, più ricco e variegato, che è stata una delle caratteristiche del corso universitario per generazioni di trevisani.
Per la città l’apertura dei corsi universitari ha significato poco o nulla, a parte il vantaggio economico di qualche proprietario di appartamenti che li affitta a studenti provenienti da altre province.
Come sosteneva qualche anno fa Giampaolo Sbarra, corriamo il rischio che Treviso abbia una università di cui i trevisani non si sentono proprietari (o che si sentano orgogliosi dell’edificio, più che della dimensione culturale).
Questa è l’università che non ci serve, ma molto si potrebbe cambiare e costruire intorno all’esistente per arrivare ad un vero e proprio polo universitario con una propria originalità e, quindi, una sua importanza nel panorama universitario del Veneto.
L’università avrebbe un ruolo molto più importante in città se nascessero facoltà che interagiscono con la vita economica e sociale del territorio, che ne valorizzano le peculiarità culturali e storiche.
Se l’università affiancasse ai corsi un centro di ricerca legato ad una o più di queste specificità territoriali potrebbe attrarre risorse pubbliche e private che oggi non arrivano ed interagirebbe in modo molto più intenso con la città e la provincia
Pensiamo solamente alla questione dell’acqua, all’intreccio di fiumi e canali che caratterizza la città, ma anche ai problemi della depurazione delle acque reflue, all’inquinamento delle falde e dei corsi d’acqua, alla concezione culturale dell’acqua come “bene comune”, ai problemi idrogeologici che causano esondazioni ed allagamenti anche nei nostri quartieri.
Già quella dell’acqua potrebbe essere una tematica su cui sviluppare un vero polo universitario, probabilmente vi sono altre peculiarità del nostro territorio che potrebbero diventare centrali nell’attività dell’ateneo.
Qualunque sia la scelta che si compie, è importante superare la situazione attuale, perché a Treviso non vogliamo le succursali o le fabbriche di esami da altre città, ma una vera università che innervi la vita culturale cittadina, che ci metta di fronte alle sensibilità giovanili, che dialoghi con il mondo produttivo.

martedì 17 gennaio 2012

Autovelox sul Put: sono serviti a diminuire gli incidenti? O è solo questione di multe?


L’amministrazione comunale è in grado di documentare se e quanto la presenza dei quattro autovelox lungo la circonvallazione esterna del Put ha determinato una riduzione degli incidenti autostradali dovuti all’eccessiva velocità degli autoveicoli?
E’ ben possibile, infatti, fare questa valutazione visto che i quattro rilevatori di velocità hanno funzionato dal 2004 all’inizio del 2011.
La questione non è priva di importanza in primo luogo perché l’amministrazione ha pervicacemente difeso l’installazione degli autovelox in centro nonostante la debolezza normativa di tale scelta ed ha ceduto solo dopo che la decisione contraria della magistratura ha avuto carattere definitivo. La conseguenza è stata che adesso l’amministrazione perde i ricorsi contro chi contesta le multe elevate utilizzando gli autovelox.
Ma l’aspetto principale è quello legato al “trasferimento” degli autovelox sulla tangenziale, dove è pacifico che possa essere piazzati, anche dal punto di vista giuridico.
Se, infatti, gli autovelox si sono rivelati efficaci nella prevenzione della incidentalità stradale lungo la circonvallazione esterna alle mura, il problema da risolvere non è quello di collocare altrove i rilevatori di velocità, ma di organizzare un costante sistema di sorveglianza sul Put che, attraverso pattuglie munite di telelaser, “sostituisca” gli autovelox rivelatisi “illegittimi”.
L’amministrazione dovrebbe, quindi, farsi carico, in collaborazione anche con Polizia e Carabinieri, di organizzare questo nuovo tipo di controllo, per ridurre l’incidentalità dovuta all’eccessiva velocità degli autoveicoli.
Se, invece , l’amministrazione si limita a piazzare gli autovelox in tangenziale i sospetto che nasce è che il vero scopo dell’operazione sia stato e sia quello di far entrare nelle casse comunale quel milione di euro all’anno che veniva garantito dalle multe elevate tramite gli autovelox stessi.
Analogo sospetto sorgerebbe se il Comune non fosse in grado di dimostrare, dati alla mano, l’efficacia degli autovelox nella prevenzione degli incidenti perché, allora, anche spostarli altrove potrebbe garantire solo il flusso di multe e non una utile azione di riduzione degli incidenti stradali.
Avremo una risposta dall’amministrazione che ci chiarisca le idee e fughi dubbi e sospetti?