domenica 15 marzo 2009

Più cemento che parco a San Bartolomeo.

I piani di lottizzazione e di recupero “San Bartolomeo”, approvati dalla Commissione Urbanistica, prevedono 66.000 metri cubi di edificazione in un’area dell’immediata periferia le cui peculiarità che meritano di essere evidenziate e che ci lasciano estremamente scettici sulla lettura secondo cui la città avrebbe qui il proprio “parco urbano”.
Si può definire “parco” quello che si svilupperà tra un condominio e l’altro, tra strade e parcheggi? Quale effetto avranno sulla continuità del “parco” il bacino artificiale, il bacino a secco ed il canale di cui è prevista la realizzazione nell’ambito del progetto di edificazione? Quale fruizione pubblica sarà garantita per un “parco” che sarà interrotto dalle proprietà private delle aree scoperte di pertinenza delle abitazioni che verranno realizzate? Sarà veramente un “parco” o poco più che un giardino pubblico? E di questo giardino pubblico, tra l’altro, il Comune dovrà curare la manutenzione perché si fa cedere la proprietà delle zone verdi, invece che lasciarla agli attuali titolari a cui avrebbe potuto chiedere, in sede di convenzione, di assumersi gli oneri appunto della manutenzione.
Per molti anni la destinazione dell’area, in quanto di valenza ambientale, è stato proprio quella di parco urbano: un destino mai concretizzatosi a causa dell’incapacità delle amministrazioni comunali degli ultimi vent’anni che non hanno realizzato il parco. Perché la destinazione a parco urbano venisse confermata sarebbe bastato che, nella recente variante generale al PRG, le aree ad elevato rischio idraulico venissero dichiarate inedificabili, come le normative suggerirebbero.
Con l’edificazione ed il suo corollario di parcheggi e viabilità, la zona cesserà di essere un ‘polmone’ tra l’area fuori dalle mura e viale della Repubblica, ‘polmoni’ di cui abbiamo estremo bisogno anche per combattere l’inquinamento atmosferico sempre più pesante in città.. Ancora una volta siamo di fronte ad una scelta che compromette un pezzo di futuro del territorio cittadino: una zona inedificata che viene riempita da decine di migliaia di metri cubi di cemento, un destino che sarà irreversibile.
Un’altra caratteristica peculiare dell’area è quella idrogeologica: la zona dei piani di lottizzazione, infatti, è caratterizzata da un livello del piano campagna inferiore a quello dei comparti circostanti, dalla presenza di falde freatiche superficiali e da terreno argilloso sottostante alle falde. Questi elementi hanno determinato l’inserimento dell’area nelle zone ad alto rischio di esondazione individuate dal Piano di Assetto Idrogeologico della Regione Veneto.
La consapevolezza dei rischi legati all’assetto idrogeologico del comparto spinge i progettisti a prevedere una serie di misure con cui tentano non di risolvere gli attuali problemi ma solo di evitare il peggioramento della situazione: un bacino artificiale, un altro bacino a secco ed un canale vengono reputati sufficienti allo smaltimento delle acque meteoriche anche in caso di precipitazioni “pesanti”: lo saranno veramente? E’ saggio, in ogni caso, intervenire con l’edificazione in una zona così a rischio?
Ma il problema dello smaltimento delle acque meteoriche non si limita all’area in questione: la zona, infatti, ha rappresentato per molti anni lo sfogo naturale delle acque in eccesso provenienti dai comparti circostanti, già cementificati e riempiti di edifici, strade e parcheggi. Che cosa succederà quando anche il San Bartolomeo sarà edificato? Quali saranno le ricadute della cementificazione di questa zona sui quartieri limitrofi? Si tratta di aspetti neppure presi in considerazione nella progettazione. Noi temiamo, invece, che problemi possano essercene perché le aree limitrofe al San Bartolomeo sono quasi tutte a rischio idraulico e, quindi, corrono pesanti rischi dalla rottura dell’equilibrio idrogeologico esistente.
Una volta realizzata l’edificazione nei Piani di Lottizzazione “San Bartolomeo” è chiaro che eventuali fenomeni di esondazione in questa zona della città non potranno essere imputati alla fatalità, ma dovranno essere ricondotti alle responsabilità dell’amministrazione comunale che ha approvato delle nuove edificazioni. Pagheranno gli amministratori o pagheranno ancora una volta i cittadini come è accaduto per i residenti di Fiera e Selvana con le alluvioni degli scorsi anni?
Non solo la città non avrà un vero “parco urbano”, ma avremo un’altra edificazione che riproporrà i problemi già verificatisi in altre zone della città senza che ciò abbia mutato minimamente le scelte dell’amministrazione in materia di edificazione.

domenica 28 settembre 2008

Sottopasso di viale Brigata Marche

La ristrutturazione del sottopasso di viale Brigata Marche nasce con il marchio dell’opera già progettualmente inadeguata, visto che l’altezza prevista del ‘nuovo’ sottopasso è di 3,60 metri, insufficiente per far passare non solo gli autobus e gli autocarri più grandi, ma anche molti mezzi dei Vigili del Fuoco (e un TIR si è già incastrato sotto).
Pare che la cosa sia dovuta alla presenza dei cavi e dei tubi dei sottoservizi (fognatura, elettricità) immediatamente sotto il fondo stradale e che aumentare l’altezza del sottopasso sarebbe, quindi, stato molto complesso. Resta il dubbio, però, che non sia stato fatto tutto quello che era possibile per rendere la ristrutturazione funzionale il più possibile alle necessità del passaggio di mezzi automobilistici, a cominciare da quelli di soccorso e di trasporto pubblico. Rischiamo, infatti, di trovarci con un accesso alla città ancora insufficiente, inadeguato rispetto alle esigenze della mobilità, nonostante sia stato progettato e realizzato negli anni più recenti.
Iniziata a gennaio del 2007, la ristrutturazione avrebbe dovuto essere completata entro un anno, termine quanto mai atteso, visti gli enormi disagi che il blocco del sottopasso hanno comportato su un’ampia parte della città, a cominciare dai residenti di Selvana, per continuare con tutti coloro che quotidianamente da Treviso devono raggiungere Carbonera e Silea.
I lavori, invece, sono durati 20 mesi: sono stati, infatti, sospesi per alcune settimane a causa di problemi di progettazione. Così è durato 8 mesi in più il calvario per i residenti nei condomini vicini, per gli abitanti di Selvana e Santa Maria del Rovere costretti a lunghi giri e a convivere con un traffico infernale sotto casa (oltre che con i rumori e la polvere del cantiere).
A dicembre 2007, inoltre, l’amministrazione comunale ha approvato una perizia suppletiva e di variante dell’opera finanziando oltre 220.000 euro di maggiore spesa.
Una parte dell’incremento di costo è dovuto alla riduzione delle finestre di fermo dei treni decisa da Reti Ferroviarie Italiane (da 16 ore a 5 ore e mezza), riduzione che ha costretto Sacaim, l’azienda che sta effettuando i lavori, ad una serie di operazioni propedeutiche all'inserimento della soletta inizialmente non previste. Un’altra parte dell’incremento di costo è stata dovuta ai danni ai sottoservizi alle linee elettrica e telefonica che, evidentemente, non si è riusciti a salvaguardare completamente durante i lavori.
Dal 1° aprile 2008 l’azienda costruttrice avrebbe dovuto pagare 1.600 € al giorno di penale per ogni ulteriore giorno di prosecuzione dei lavori, il vicesindaco Gentilini ci ha informato che la penale potrebbe non essere pagata.
Risultato finale: la ristrutturazione del sottopasso è inadeguata rispetto alle esigenze del trasporto pubblico e dei mezzi di soccorso, è durata – provocando grandi disagi – molto più del previsto, i costi sono aumentati. Per non parlare delle ore sprecate sprecate dagli automobilisti per aggirare il cantiere, dei mancati guadagni per le attività commerciali vicine al sottopasso, dei giorni e giorni passati dai residenti nella zona del cantiere con le finestre tappate contro la polvere ed il rumore…
Gli unici a pagare il costo di tutto questo sembrano dover essere i cittadini: non risulta che l’amministrazione comunale (pur non insensibile al richiamo dei tribunali come dimostrano querele e denunce a tanti cittadini querelati) intenda in alcun modo rivalersi su tutti coloro che possono aver causato il ritardo nei lavori e l’aumento dei costi, mentre per quanto riguarda l’inadeguata progettazione iniziale è proprio l’amministrazione comunale ad esserne responsabile.
Tutto, quindi, sembra finire qui: un’opera inadeguata, disagi che avrebbero dovuto essere ridotti almeno nel tempo, costi che avrebbero dovuto essere minori e i cittadini contribuenti unici a pagare il conto di tutto ciò che non ha funzionato.
Alcuni residenti in viale Brigata Marche nella zone più vicine alle due estremità del sottopasso ci hanno segnalato anche l’inadeguatezza dei passaggi pedonali predisposti sul viale nei pressi del sottopasso.
Le strisce pedonali, infatti, sono poste tra tratti di marciapiede, marciapiede che è a raso da un lato, ma è alto una quindicina di centimetri dall’altro, in un caso addirittura il passaggio finisce da entrambi i lati contro il marciapiede rialzato.
Per le persone anziane con difficoltà di movimento, per le mamme con carrozzine, per chi è in bicicletta o per i disabili l’attraversamento pedonale diventa difficoltoso quando è necessario superare questo tipo di ‘gradone’ per arrivare al sicuro sul marciapiede o per imboccare le strisce pedonali.
D’altro canto, la velocità degli automezzi lungo il viale, favorita dalla maggiore larghezza del sottopasso, sconsiglia l’attraversamento della strada al di fuori dei passaggi pedonali.
Non era forse possibile progettare i marciapiedi in modo che da entrambi i lati delle strisce pedonali fossero a raso?
Quale complicazione sotterranea o superficiale ha impedito che si creassero queste vere e proprie barriere architettoniche che rendono la vita difficile agli anziani e a tutti coloro che hanno difficoltà di movimento?
Non sarebbe certo stato necessario chissà quale investimento aggiuntivo per evitare questo problema a persone che già hanno dovuto subire sette mesi di lavori in più rispetto al previsto con tutto ciò che questo ha comportato (rumori, polvere, interruzione della fornitura di acqua ed elettricità…)!
Persone che già si trovano in difficoltà ad accedere ai loro passi carrai, ad uscire dai vicoli che danno nei pressi del sottopasso per mancanza di visibilità.

Fallimento di “City Logistics”

Quello di “City Logistics” era il progetto destinato a “promuovere ed incentivare la realizzazione di un centro logistico per la razionalizzazione della distribuzione delle merci in ambito urbano mediante l’utilizzo di veicoli commerciali a basso impatto ambientale, assegnando contributi regionali e locali ed un idoneo magazzino comunale quale infrastruttura deputata a piattaforma logistica, ad un Gestore qualificato ed all’uopo selezionato. L’Amministrazione comunale si riserva altresì di adottare eventuali provvedimenti di limitazione alla circolazione dei veicoli commerciali non appartenenti alla piattaformalogistica, all’interno di una Zona a Traffico Limitato (ZTL) la cui estensione e criteri di accesso saranno regolamentati da specifica ordinanza”, come si legge nei documenti dell’amministrazione che avviò l’operazione a gennaio del 2007.
Era un piano limitato, fatto male, con troppe deroghe agli automezzi pesanti che avrebbero potuto comunque entrare in centro storico (basti pensare solo al trasporto di prodotti alimentari).
Ma qualcosa di inadeguato doveva esserci anche nel bando dell’amministrazione comunale per la selezione del gestore di “City Logistics”: per due volte, infatti, nessuna azienda ha partecipato alla gara indetta dal Comune.
A giugno del 2008, infine, l’amministrazione si è arresa e ha revocato il progetto, rinunciando al contributo di 380.000 € concesso dalla Giunta regionale, 100.000 € dei quali già incamerati dal Comune che dovrà restituirli alla Regione.

Basf

Nei mesi scorsi la fuga di gasolio nella canaletta che scorre di fronte allo stabilimento della Basf ha riproposto il problema dei rischi di inquinamento che durante l’estate precedente erano stati posti dalla fuoriuscita di naftalina nebulizzata dai depositi dell’azienda, con il conseguente diffondersi nell’aria di agenti irritanti e di un pessimo odore.
Pare che non si tratti, a questo punto, di episodi isolati, riconducibili a casualità od errori umani (così venne liquidato l’episodio della nube dagli amministratori leghisti in Consiglio Comunale): chi vive nella zona di San Pelaio vicina all’azienda sa bene che non è così e che naftalina nell’aria e gasolio nell’acqua sono solo gli episodi più recenti di una lunga serie.
Soprattutto durante la scorsa estate sono state molto frequenti le mattinate in cui l’aria delle vie limitrofe allo stabilimento industriale era maleodorante, quasi irrespirabile, a riprova del fatto che la lavorazione di materie chimiche provoca costantemente emissioni gassose di non si sa quale natura.
Tra l’altro, la zona è di notevole valenza ambientale, in quanto si sviluppa tra il Pegorile e un corso d’acqua minore.
Ci chiediamo, a questo punto, se l’amministrazione comunale, invece di liquidare sbrigativamente quanto accaduto non ritiene di dover intervenire - come previsto dalla legge - per verificare, o far controllare agli enti competenti:
1) se vengono rispettate le misure previste per stabilimenti industriali di questo tipo a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori impegnati nel trattamento delle sostanze chimiche e che devono passare le loro giornate in un’area in cui si sviluppano emissioni gassose;
2) quali sono le misure che vengono prese per garantire la tranquillità dei residenti nelle vie vicine allo stabilimento (via Vicinale delle Corti, via Dunant, via Erizzo, stradella di San Pelaio, via Everado, via Palasciano, via Benini, via Zago, via Rocco), i controlli che vengono effettuati, le iniziative che si intendono prendere per evitare il ripetersi di fughe di nubi chimiche dal contenuto sconosciuto nella zona dello stabilimento (via Palasciano, via Benini e via Zago, tra l’altro, sono attualmente oggetto di nuove edificazioni e, quindi, il numero di residenti interessati è destinato ad aumentare);
3) è stato adeguatamente valutato il fatto che lo stabilimento produttivo è posto a valle di una zona a rischio idraulico in cui, quindi, possono svilupparsi esondazioni dei corsi d’acqua che, raggiungendo la fabbrica, potrebbero trascinare con sé e riversare sul territorio limitrofo sostanze chimiche che fossero fuoruscite dai contenitori;
4) che cosa intende fare l’amministrazione comunale per tutelare i due corsi d’acqua dal rischio di infiltrazioni di sostanze inquinanti e tossiche e per proteggere l’intera area, per mantenerne il pregio ambientale che la caratterizza.


Vessazione fiscale - aggiornamento

Tasse, tariffe, multe aggiornate al 2007.

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lunedì 17 marzo 2008

L'altra enciclopedia

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venerdì 15 febbraio 2008





















L’altra
enciclopedia


1994-2007, tredici anni di
scempi, carenze, problemi irrisolti, iniquità, errori
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